venerdì 14 novembre 2014

Degrado o rivoluzione sociale?

Con il passare del tempo i sentimenti, le emozioni e gli istinti si trasformano e subentra la personalizzazione razionale con cui si analizzano le risposte del nostro corpo e della nostra mente agli accadimenti quotidiani, fino a diventare, però, spirito di conservazione.
In più esiste la possibilità che questo status degeneri al cospetto delle provocazioni e delle incomprensioni, quando anche le linee di principio (la tolleranza, l’altruismo e la disponibilità), basilari per tenere in equilibrio i rapporti nella società attuale, iniziano a vacillare.
In questo intreccio scivolano via le  incongruenze di tutti i gironi, in una fase controversa e intricata dove la crisi economica assoluta, la mancanza di riferimenti ideologici, la disaffezione politica e soprattutto la mancanza di benessere e lavoro stanno esacerbando gli animi.
Non c’è più tempo per attendere i cambiamenti che un Paese “vecchio” come l'Italia necessita, per sperare in un posto di lavoro che non c’è e difficilmente arriverà, per piegarsi ai diktat delle Autorità sovranazionali, per prepararsi ad altri sacrifici e per accettare l’invasione del territorio. Si, perché in molti vedono proprio la presenza degli immigrati nel nostro Paese come una minaccia per il lavoro e per la sicurezza, un po’ sulla falsariga dell’occupazione meridionale del nord negli anni del benessere economico di oltre trenta anni fa.
A Roma la risposta ad un centro di accoglienza per giovani orfani rifugiati è stata eclatante e rappresenta la fotografia di un Paese non più disponibile al dialogo ed all’accoglienza.
A Milano, dove vivo da oltre vent’anni, osservando i cambiamenti di questa metropoli multietnica noto mutazioni e distorsioni, anche se molto meno alienanti. I dormitori sono stracolmi, le code ai centri alimentari di beneficenza sono lunghissime, le case occupate continuano ad aumentare costantemente ed è palpabile lo scetticismo e la nostalgia.
In questo quadro crescono i timori di un’esplosione sociale: le manifestazioni di questi giorni innalzano la soglia di attenzione e gli scontri, i feriti e le diverse fazioni iniziano ad assumere posizioni estreme. La tensione sale e tutti sembrano aver ragione, anche se qualcuno dovrà avere pur torto in mezzo a questo prolungato diverbio sociale.
Il "distorto" spirito di conservazione sta prendendo il sopravvento e c’è chi lo cavalcherà per utilitaristici benefici di consenso. In preda alle “umoralità” l’Italia sta continuando a perdere terreno rispetto al resto dell’Occidente in termini culturali ed economici, ampliando un divario già decisamente ampio.
La deriva fobica, antipasto della repressione delle idee, è dietro l’angolo ed il disgusto ed il disprezzo sono un pericolo devastante sulla via dell’autodistruzione sociale. La libertà di espressione ed il dissenso sono dimostrazioni di democrazia, la violenza un po’ meno.  

giovedì 6 novembre 2014

Draghi & BCE: la resa dei conti

E’ stato l’uomo capace di scongiurare nel Vecchio Continente la disgregazione dell’euro e di salvare Paesi finanziariamente in difficoltà come Italia e Spagna ad un passo dal baratro, ma per alcuni non sembra bastare.
Si tratta di Mario Draghi, il più odiato dai falchi europei, la cui leadership è improvvisamente ricaduta sul banco degli imputati. Il Tribunale è il board della Banca Centrale Europea ed i giudici sono un manipolo di Governatori (dalla Germania al Lussemburgo, passando per Olanda e Lettonia) illusi dal proprio presunto blasone economico e inorriditi dalla possibilità di perdere terreno nei confronti della ripresa mondiale.
Draghi si trova a presiedere un Comitato sempre più diviso, all'interno del quale il tedesco Weidmann è riuscito ad amalgamare un certo numero di oppositori alla gestione del Governatore: vengono criticate le scelte e addirittura la reputazione ed il carisma di Draghi.
Il clima è pesante e il giorno della resa dei conti non sembra essere lontano. La situazione macro-economica in Europa è critica: la ripresa non arriva, la deflazione è dietro l’angolo, il movimento dei tassi è ormai ridotto al minimo e pochi altri strumenti sembrano garantire un'imminente uscita dal tunnel della decrescita.
Il Governatore propone un’anticonvenzionale creazione di moneta da immettere nell’economia comprando titoli sul mercato, di fatto espandendo la dimensione del bilancio della Banca Centrale, sulla falsariga di quanto visto in Usa ed in Giappone.
Gli oppositori non concordano con la proposta e vorrebbero che si agisse sui bilanci dei singoli Paesi – per coloro i quali non avessero effettuato a pieno i tagli e le riforme strutturali – e che l'azione della BCE si fermasse a quanto annunciato negli ultimi mesi e cioè all’acquisto di obbligazioni garantite e Abs, già comunque ostacolate dai falchi nordici.
L’impeachment al Governatore non passerà, ma Draghi sarà costretto a modificare le proprie posizioni ed a rinviare in avanti il QE all’europea.

Intanto la BCE, dopo la riunione odierna, continuerà con le operazioni in atto - apparentemente all'unanimità - e lo farà ancora per molto tempo, almeno fino a che  i tecnici continueranno a fornire previsioni negative: quelle di un sostanziale regresso economico (crescita zero e bassa inflazione perdurante) che coinvolge ormai anche i Paesi guida e che contribuisce ad ampliare il divario con il resto dell’economia mondiale in ripresa. 

Tutti questi controsensi sono purtroppo il prezzo da pagare di fronte alle disomogeneità europee, acuite da egocentrici personalismi, da invidie di Paese (un controsenso per un tedesco accettare le linee di azione da un Presidente italiano!) e dall’assenza di leader politici europei lungimiranti, incapaci di arginare gli euroscetticismi populistici (di piazza) e tecnici (di establishment).
In mezzo a tanta inettitudine il depotenziato Super-Mario prova a giocare la sua ultima partita, supportato dalla capacità di saper “contare” le carte a dispetto di un esoso nugolo di bari.